Il Reichstag, lo Stato tedesco-prussiano, nel 1883 ratificò la legge relativa all’assicurazione contro le malattie; nel 1884, quella sugli infortuni; nel 1889 quella sulla vecchiaia e invalidità.
Una delle ragioni portate nel Reichstag tedesco da Bismarck per farsi approvare la legislazione previdenziale fu quella di perorare il «diritto di assistenza laddove la buona volontà di lavorare non sia sufficiente». Dove sta l’insufficienza? Nella vecchiaia; nella impossibilità fisica a proseguire l’attività lavorativa; nella malattia invalidante ecc.
Il motivo di questa apertura stava nella necessità per l’allora Stato prussiano di assicurarsi la fedeltà della classe operaia.
L’allora socialdemocrazia tedesca respinse tutte e tre le leggi previdenziali del Reich. Tra l’altro la previdenza il lavoratore, almeno in parte, se la doveva pagare. I contributi per le malattie, per esempio, dovevano essere versati per due terzi da loro stessi, al datore di lavoro toccava il rimanente terzo.
Ma perché la socialdemocrazia tedesca respingeva la previdenza sociale? Intanto per rompere la possibilità di una rinnovata fedeltà tra classe operaia e Stato prussiano – che era l’obiettivo di Bismarck, ma l’altro motivo stava nella speranza, mai venuta meno da parte della socialdemocrazia tedesca, che le sofferenze della classe operaia sfociassero nell’agognata rivoluzione proletaria.
Questo succinto quadretto storico, per analogia e paradosso, se applicato alla nostra situazione, ci dice che i nostri sindacati non sono neppure in grado di volgersi all’indietro e di comprendere la gravità della cancellazione di un fondo previdenziale. Questa cancellazione, motivata, forse, dai più fondati e pignolissimi calcoli, può solo giustificarsi in una prospettiva rivoluzionaria.
O i nostri sindacati sono dei rivoluzionari in pectore: tolgono la pensione per provocare e chiamare alla rivolta i lavoratori – il che è palesemente una finzione – o, invece e più realisticamente, è il segno di una mancanza assoluta di senso storico riguardo alla funzione che dovrebbero svolgere.
Segno di una sudditanza intellettuale e morale ai dettati di leggi economiche che neppure conoscono in profondità e delle quali si fanno raccontare dai loro consulenti e dai loro studi legali il senso e, soprattutto, le necessità, subendole senza avere nessuna possibilità di criticarne la logica profonda.
Un panorama sconfortante in cui regna sovrana la figura tanto cara alle polemiche dei filosofi medievali: l’insipiens. L’insipiente, l’imbecille!

Lascia un commento