Dopo aver letto alcune delle sentenze che respingono i ricorsi dei lavoratori nei confronti della decisione di decurtare gli importi pensionistici erogati, da semplice cittadino mi pongo alcuni interrogativi molto semplici. Il primo dei quali è: come è possibile che in una sentenza il giudice riesca a scrivere un falso materiale come quello che attribuisce al Casella la natura di “fondo volontario”, quando fin dalla sua costituzione nel 1958, e dal 1962 per decreto presidenziale, il fondo raccoglie solo adesioni obbligatorie inscritte direttamente nel contratto di lavoro che regola l’assunzione del lavoratore nella pianta organica dell’impresa editoriale o stampatrice?
Un errore catastrofico da cui ne consegue tutto il resto.
La spiegazione, che mi sforzo di definire razionale, sta forse nell’assunto, preso per buono anche da Max Weber in Economia e società e in specifico nel volume dedicato alla sociologia del diritto, secondo il quale i fattori economici condizionano sì le decisioni giuridiche ma indirettamente e, in definitiva, agendo sotto lo stimolo della forte esigenza dell’economia di una sempre maggiore razionalizzazione dei processi.
Nel nostro caso, l’imperativo del sistema esige una trasformazione del sistema previdenziale classico in una forma sempre più orientata e determinata dalla costruzione di una redditività finanziaria sganciata da ogni obbligo nei confronti delle prestazioni da erogare.
In parole povere si tratta di pagare le pensioni ma solo se sono convenienti al sistema finanziario che le sorregge, scaricando nel sottoscala delle buone intenzioni sociali mal sopportate, i principi da cui storicamente nasce la previdenza sociale.
Il sistema finanziario mondiale, base indiscutibile dell’attuale economia, non accetta alcun principio esterno alla logica di valorizzazione del denaro per mezzo della sua esclusiva circolazione, e anche il principio previdenzialistico deve risultare sostenibile in e per quella logica, non altro.
Da questo punto di vista il “principio giuridico” che sanciva il diritto del singolo alla pensione in base a ciò che aveva versato, e che non poteva non versare, viene cancellato e ciò che il magistrato ribadisce è niente di più della necessità che il fondo si sostenga con le proprie gambe.
Il che non è sbagliato, anzi, solo che a questo scopo viene sacrificata la posizione del singolo che 1. non ha potuto sottrarsi al prelievo anche se avesse voluto in base alla sua capacità di individuare la condizione di potenziale insolvenza del fondo dovuta o a motivi strutturali o a mala gestio; 2. non ha mai potuto vantare alcun diritto alla gestione del fondo, limitando la propria partecipazione a mero passivo datore di quote del proprio stipendio su decisione dei suoi rappresentanti sindacali e del suo datore di lavoro; 3 la sua condizione di mandatario, e neppure volontario, garantiva al gestore collettivo del fondo una pressoché assoluta libertà di manovra, mai e poi mai il soggetto collettivo che governava il fondo avrebbe consentito al singolo lavoratore di sindacare (sic) sul suo operato.
Che la magistratura non abbia preso in alcun conto questa situazione – forse, neppure i legali che hanno assistito i lavoratori nel muovere causa al fondo l’hanno saputa sottolineare come questione da valutare nella chiamata a giudizio di chi ha decurtato le pensioni in essere – ha forse dato impulso alla successiva decisione dei gestori collettivi del fondo di autoliquidarsi senza temere alcunché.
Ed è per questo che più o meno lavartamente il sindacato ha spinto verso un’azione legale che sapevano già persa. Nelle questioni giuridiche, ormai strettamente connesse con quelle economiche il sindacato non ha praticamente più nulla di diverso da dire di quanto già dicono i grandi studi legali e le grandi compagini finanziarie e che definiscono come necessario e indispensabile per mantenere in vita un sistema sempre più ingiusto.
Agostino nel Libro 2 cap. 21 del De Civitate Dei riporta che prima ancora della fine di Roma e del suo impero «era già un discorso comune fra la gente che uno Stato non può reggersi senza ingiustizie». È una tesi che l’attuale dimensione economica fa letteralmente sua, senza mitigazioni se non declamatorie e affidate ad istituzioni nazionali e internazionali ormai del tutto prive di credibilità e di fondamento. È Cicerone, al contrario per bocca di Scipione, nel suo De republica, ad affermare: «non solo è falso che uno Stato non può reggersi senza qualche ingiustizia, ma è verissimo invece che non può reggersi senza una giustizia assoluta».
La vicenda del nostro fondo rivelerà se questa repubblica si regge sull’ingiustizia o sulla giustizia.

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