Trovo in un vecchio libro scritto nel 1893 di che meditare per il domani che ci attende. Dice:
«Non ho il diritto di stare in sospeso, altrimenti non ho più il potere di scegliere. Se non agisco di mia iniziativa, c’è qualcosa in me o fuori di me, che agisce senza di me; e ciò che agisce senza di me, di solito agisce contro di me».
Non si potrebbe descrivere meglio la situazione di questo piccolo gruppo di esseri che pur lavorando, hanno strappato giorno dopo giorno al proprio lavoro il tempo necessario per vivere. E questo proprio quando gli veniva detto il contrario, vale dire che era il lavoro quel vivere, e solo il lavoro. E che finito quel lavoro, finito quel presente, c’era di che vivere attraverso quello che avevano accantonato.
Ecco perché molti di noi, me compreso, si sono presi quella sospensione; non hanno agito; non hanno potuto scegliere e hanno abbandonato l’iniziativa fuori di loro. Qualcuno ha scelto senza di loro, senza di me, e al loro posto, al mio posto, ha agito contro di loro e contro di me.
L’infingardo sindacalista che ha accusato, qualche anno fa, da una trasmissione tv, di scarsa vigilanza i lavoratori che doveva rappresentare ha detto una cosa vera. Si è però dimenticato di dire, anche, che era la sua organizzazione ad avere il potere di scegliere e non lo ha fatto; aveva il potere di agire e non lo ha fatto.
Chi è più colpevole? Chi poteva e non ha esercitato il suo diritto a scegliere o chi quel potere non lo aveva?
E ora che molti, non ancora tutti purtroppo, hanno deciso di non essere più sospesi l’azione è tornata ad essere possibile.
La citazione è da Maurice Blondel, L’azione. Saggio di una critica della vita e di una scienza della prassi.

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