Semplice: perché non esiste un fondo complementare volontario capace di dissolvere centinaia di migliaia di euro di ogni singolo contribuente nell’aria come fosse vapore.
Perché in un fondo complementare volontario e privato non esiste il concetto della piramide rovesciata tra attivi e pensionati.
Il Casella è riuscito nell’impresa di non essere né l’uno né l’altro perché si è dato le arie di una mini INPS e voleva tutelare tutto come se fosse uno Stato sovrano al quale bastava stampare moneta e tutti sarebbero stati felici e contenti. Peccato che invece, nonostante l’obbligatorietà, gli aiuti dallo Stato non siano mai arrivati; i prepensionamenti sono continuati; il fondo non è stato trasformato nemmeno quando le cose erano già compromesse e si poteva metterlo in sicurezza attraverso la capitalizzazione e non nel sistema misto che continuava comunque a non essere razionale per un fondo complementare e infine tagli su tagli per sopravvivere e, in finale di partita, la chiusura paradossale dell’autoliquidazione.
Tutto sbagliato! E non si può più dire tutto da rifare! Un fondo che si comporta come l’INPS ma che non riceve alcun tipo di sostegno dalle istituzioni è sostanzialmente nelle mani della magnanimità dei privati, una magnanimità ormai finita.
L’unica cosa che possiamo dire, e urleremo, è la messa in evidenza della contraddizione fra pubblico e privato. In altre parole: il sostegno economico del pubblico non c’è stato e il privato, sindacato ed editori, non ha gestito il fondo in modo oculato.
Ed è proprio per questo che il privato, di nuovo in combutta malsana editori e sindacati, cerca di uscirne per evitare responsabilità oggettive.
Se l’obiettivo fosse salvare ciò che rimane del fondo bisognerebbe evidenziare questa contraddizione e questo rimpallo fra pubblico e privato dal quale gli unici che escono danneggiati siamo noi.
Se il fondo presentasse le caratteristiche di un’istituzione pubblica sarebbe la politica a doverlo salvare, governo e Parlamento uniti. Naturalmente.
Se invece venisse considerato un’istituzione privata facile sarebbe dimostrare l’esistenza di una responsabilità oggettiva nella gestione. Nel qual caso chi ha sbagliato deve pagare consentendo la sopravvivenza del fondo così com’è.
Il fatto che sia a metà strada fra il pubblico e il privato ha caricato sulle spalle dei lavoratori tutto l’onere di una situazione di cui nessuno dei due vuole prendersi la responsabilità.
Dobbiamo fare in modo che ne rispondano entrambi. E al più presto.
Dario Gianuzzi

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