Una contraddizione

In questa già di per sé sgradevole vicenda che – lo ricordo a vantaggio di tutti – coinvolge la storia e l’identità dell’intera categoria dei poligrafici – se mai della prima se ne dia ancora memoria e della seconda ne sia rimasta traccia – la burocrazia sindacale gioca un ruolo, se possibile, ancora più sconfortante e imbarazzante.

Mi riferisco alla tesi, sostenuta da molti sindacalisti all’interno dei rispettivi ambiti dibattimentali, che ci siano lavoratori che hanno percepito più di quanto versato. Con il sottinteso, vile, che siano loro ad aver messo in crisi il Fondo.

Anche se fosse vero non è stato nelle loro possibilità impedirlo: a decidere i prepensionamenti sono stati editori e sindacati di comune accordo, presentando dagli anni 80 in poi accordi su accordi in tal senso. Grazie a quel meccanismo, a sostegno del quale venivano indette assemblee e votazioni quasi sempre accompagnate, dietro le quinte, da inconfessabili scambi di favore, gli editori a ogni stato di crisi erodevano la base contributiva del Fondo e ciò che elargivano in buone uscite lo recuperavano in sussidi statali.

Un patto scellerato che, ora, si cerca di occultare raccontando ai pochi attivi la favola noir dell’avido ex lavoratore che campa sulle spalle degli attivi. Dimenticandosi che il pensionato di oggi era il lavoratore di ieri che, a sua volta, aveva devoluto la sua quota parte al sostegno di coloro che già lo erano.

Lo scellerato abbandono della vera natura della logica previdenziale, essenzialmente solidaristica e basata sul reciproco sostegno intergenerazionale, che, continuo a ripeterlo, non fu ideata da comunisti mangia bambini ma da un fior di conservatore prussiano come Bismarck, alla fine dell’Ottocento, inficia alla radice la ragion d’essere del sindacato stesso, la sua giustificazione materiale.

Tornando alla tesi propalata da alcuni che considerano l’autoliquidazione del Fondo come una scelta di equità – sottolineo: non la liquidazione giudiziaria che, questo sì, aprirebbe il fascicolo penale per stabilire le responsabilità dei gestori decennali del Fondo!! – se fosse tesi coerente con gli obiettivi sindacali dovrebbe essere accompagnata da un uguale ripudio della struttura residua del primo pilastro. Struttura ancora presente nell’INPS che funziona a ripartizione e contribuzione obbligatoria, nel quale i contributi di oggi finanziano le pensioni di oggi.

Ma giustamente il sindacato a livello nazionale difende l’INPS e si rifiuta – ma fino a quando? – di trasferire la previdenza garantita ancora dal primo pilastro al secondo, costituito da contribuzione volontaria a capitalizzazione investita nei mercati dei capitali – con assunzione dei relativi rischi soprattutto in tempi di forti turbolenze geopolitiche – che accumulandosi nel tempo dovrebbero trasformarsi in rendite vitalizie.

In definitiva, ciò che viene riconosciuto a livello nazionale è disconosciuto a livello di categoria. Non è una contraddizione di poco rilievo. E non è la sola di questa triste vicenda.



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