A qualcuno parrà, il nostro, un atteggiamento troppo risentito nei suoi confronti. Lo concediamo. Ma solo per ciò che concerne il risentimento. Sì, siamo molto risentiti. Quanto al troppo crediamo, al contrario, che non sia poi così tanto come davvero dovrebbe essere.
E per un motivo che definirei di natura strettamente argomentativa. Perché cosa prenderebbe di mira il risentimento? Quello che il sindacato ha fatto e non doveva fare? O quello che non ha fatto e invece avrebbe dovuto? Si pecca in atto ma anche in omissione.
Il nostro risentimento, ci accusano, sarebbe mera denigrazione di un’istituzione che così tante cose buone belle e giuste ha fatto per i lavoratori e il miglioramento della loro condizione ecc. ecc.
Sennonché, se davvero ci sono – o ci dovrebbero essere – così tante buone opere del sindacato perché negare che abbia profondamente sbagliato nel voler liquidare il Casella? Perché non ammettere di aver trascinato nel fango un istituto di schietta previdenza sociale? Perché nascondere di aver retto bordone al guadagno conseguito dagli editori grazie alla sua autoliquidazione? Perché accettare per un piatto di lenticchie – non una primogenitura, ché mai il padrone gli concederà – il ruolo di palo nella banda dell’Ortiga intenta al saccheggio dei soldi pubblici per garantire una informazione asservita?
Di nuovo, quindi: se ci fossero davvero cose meritevoli nelle scelte sindacali perché negare che sia stata profondamente sbagliata quella che ha portato all’accordo del 2 dicembre?
Ebbene, vogliamo essere giusti nei confronti del sindacato: se si ammette che la sua azione è stata nel complesso espressione di una storia commendevole, e solo nel caso del Casella si è rivelata errata, perché non riconoscerlo? Non saremo certo noi a voler instillare il sospetto che ne abbiano fatte anche di peggio.
Assolverlo dalla porcata del Casella sarebbe sì fargli un torto maggiore!

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