Dopo l’accordo del 2 dicembre cosa resta del sindacato?

Una riflessione di Dario Gianuzzi ci porta nel cuore del problema.

«Il 4 marzo scorso abbiamo incontrato il Direttore Generale del Fondo Mario Negri per cercare di capire come un Ente Previdenziale Obbligatorio simile al Casella avesse gestito il patrimonio finanziario e le erogazioni pensionistiche.  In Italia sono infatti solo due gli Enti Previdenziali Negoziali ad adesione obbligatoria: uno è il Casella e l’altro è il Mario Negri.
Era un confronto importante perché la narrazione sindacale identificava la causa di morte del Casella nella cosiddetta piramide rovesciata fra attivi e pensionati. Un evento ineluttabile come il calare del sole. Il Casella era destinato a soccombere quindi meglio liquidarlo. Però questo fattore demografico e occupazionale è stato e continua ad essere comune a molti settori e addirittura al sistema di previdenza nazionale (INPS). Quindi ci sembrava importante approfondire la questione con il nostro gemello. Loro come avevano evitato il disastro?
Nella chiacchierata è emerso che avevano praticato la soluzione più semplice: fra il 2001 e il 2003 il Mario Negri ha portato a capitalizzazione 100% tutti i suoi iscritti. Questa operazione, praticata da quasi tutti i sistemi previdenziali, ha tutelato i versamenti e pensioni.
Quando abbiamo spiegato al Direttore che invece, nel nostro caso, il Fondo è rimasto a ripartizione grazie a continue deroghe chieste alla Covip e al Ministero del Lavoro con la conseguenza di un inevitabile default finanziario, la sua reazione è stata: “È stato un grave errore, però se adesso siete in queste condizioni dovete sperare di avere un sindacato forte”.
Era convinto che la gestione del Fondo Casella fosse in mano ad un gruppo di dirigenti esperti nella gestione degli Enti Previdenziali, non al sindacato.
Vi risparmio la nostra reazione, potete immaginarla. Il direttore si è limitato a risponderci che, a fronte di versamenti medi intorno ai 300 mila euro a partire dagli anni ’80, avremmo maturato ad oggi una rendita annuale di circa 15 mila euro.
Tornando al sindacato forte, quello invece che ci ritroviamo è un sindacato innovativo, un sindacato moderno, un sindacato aperto che cerca di aiutare la controparte cioè gli imprenditori. Così facendo magari non tutela proprio tutti i diritti dei lavoratori, ma cerca di ottenere dei vantaggi aiutando gli imprenditori al raggiungimento dei loro obiettivi. D’altra parte, se la loro forza è sempre più in discussione, aiutando gli imprenditori un po’ più di voce in capitolo possono ottenerla.
Siamo quindi passati dal sindacato forte al facility management.
Facility management per ottenere le deroghe di gestione del Casella, facility management per poter gestire opportunamente il suo patrimonio immobiliare, facility management per arrivare ad un accordo di auto-liquidazione e infine facility management per armonizzare la figura del poligrafico con quella del grafico. Uno spettacolo di facilitazioni a costo zero.
Il cerchio si chiude in modo perfetto: impossibile arrivare a questi risultati senza un facility management di questo livello.
E allora viene alla mente una vecchia canzone degli “Stadio” che fra qualche anno risuonerà. Chiedi chi erano i poligrafici…».
 

Dario Gianuzzi, statistico, ha lavorato per 35 anni al “Corriere della sera” del Gruppo RCS come poligrafico. È un componente il Comitato promotore del Coordinamento dei lavoratori iscritti al Casella.



2 risposte a “Dopo l’accordo del 2 dicembre cosa resta del sindacato?”

  1. buongiorno, mi viene da chiedere anche dove eravamo tutti noi negli anni passati , quando fior di giudici ci condannavano pure a pagare le cause perse in tribunale, con motivazioni assurde come che era un fondo volontario o che la documentazione presentata mancava di documentazione…… ora la speranza è che questo governo ci aiuti?

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    1. Avatar Riccardo De Benedetti
      Riccardo De Benedetti

      Purtroppo, e le parlo per esperienza diretta del valore delle cause legali in un altro settore pericolosissimo per i semplici cittadini, come quello dei fallimenti, l’esito drammaticamente negativo delle cause, ha due motivazioni. La prima è la sostanziale e atavica fiducia, mal riposta, dal popolo italiano nelle virtù presunte dei legulei. Nel loro affidarsi alla Legge come se fosse super partes e non proprio il contrario, vale a dire determinata dal prevalere di una parte sull’altra. La seconda è il ruolo che per il sindacato rappresenta il ricorso alla procedure legale. Tra le diverse strategia che il sindacato ha utilizzato per rafforzare la sua presa “totalitaria” della rappresentanza del lavoratori, c’è stata anche quella del monopolio della vertenzialità legale. Il sindacato controlla gli studi legali a cui affida spesso la “tutela” di ciò che non è in grado di realizzare o, come nel nostro caso, ciò che non vuole realizzare. Nello specifico: quelle causa sono state istruite male, perché nessuna, a mia conoscenza, dei ricorsi faceva riferimento all’abbligatorietà del prelievo e se aanche lo si affermava non si forniva il documento decisivo, vale a dire il decreto presidenziale del 1962. Il giudice, chiamato a pronunciarsi dai ricorrenti non si è trovato di fronte l’unico documento che avrebbe potuto smentire la scelta sindacale. I giudici si esprimono non in base a ciò che sanno, che è quasi sempre un sapere di natura procedurale, ma a ciò che ricevono dalle parti. Sono errori che si pagano duramente. Ma ci torneremo su quella questione.

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