Dopo l’intervento di ieri di Dario Gianuzzi, oggi, è la volta di Lino Tordini
La prendo alla larga, molto alla larga. Se il lettore, dopo averne scorsa qualche riga, trova noiosa l’iniziale divagazione a sfondo autobiografico, può tranquillamente saltare alle conclusioni. Non avrà perso niente.
Avete notato come citare l’anno in cui è accaduto un certo evento storico lo renda molto più remoto di quanto faccia citarne la distanza temporale rispetto al presente? La presa della Bastiglia è avvenuta il 14 luglio del 1789, ere geologiche fa. In fondo sono trascorsi solo 236 anni, sembra l’altro ieri (ieri magari la prima guerra mondiale, “solo” 110 anni fa; e il 25 Aprile, appena 80 anni fa, è quasi/ancora oggi).
Sicuramente su questa percezione diversa della Storia pesa anche l’ignoranza: negli anni Settanta io e mia moglie in visita a Parigi, forti del nostro nozionismo scolastico, volevamo vedere la Bastiglia. Veramente eravamo in quattro. Gli altri due erano un mio collega correttore, ferreo militante del Movimento Studentesco della Statale, e sua moglie. Due giovani coppie curiose. Il mio collega, molto più arrivista di me, frequenterà in seguito la scuola di giornalismo e diventerà un giornalista economico di vaglia. Si trasferirà in America, a Manhattan, dove vive tuttora, e diventerà un trumpiano di ferro: un itinerario, purtroppo, comune a molti idealisti di quella generazione.
Ovviamente io e mia moglie andammo in place de la Bastille ma non trovammo traccia di nessuna fortezza/prigione. Solo un obelisco al centro della piazza. Cominciammo a chiedere in giro: excusez-moi, monsieur. La Bastille, où-est-elle? Gli sguardi interrogativi che ci venivano rivolti cominciarono a farci sospettare che la domanda non fosse pertinente: i tempi erano burrascosi; per spirito di appartenenza avevamo preso dimora nel Quartiere Latino – un alberghetto orrendo con un copriletto di ciniglia rosa pieno di macchie sospette – ma vedevamo sfrecciare cortei di motociclisti che inalberavano il tricolore gridando che l’Algeria doveva restare francese. Come la pensavano costoro sulla Rivoluzione Francese che per noi era un mito? Stavamo per desistere, quando la fortuna ci diede una mano: un pullman targato TV scaricò un gruppo di veneti in tour storico-culturale con relativa guida. Ci aggregammo approfittando del trambusto e grazie alla spiegazione della guida scoprimmo l’arcano: la Bastiglia non esiste più da oltre duecento anni perché, dopo l’assalto, fu data alle fiamme e lentamente demolita per recuperarne materiali edili, ma, aggiunse la guida, una francese con buona pronuncia italiana, in Francia quasi nessuno sa che cosa sia stata la Bastiglia! Ecco il perché degli sguardi interrogativi! Ci avevano preso per marziani che a Parigi cercavano qualcosa di cui nessuno aveva mai sentito parlare!
Ma veniamo all’oggi e al Fondo Casella. Cosa c’entra la Bastiglia? Ma certo, oggi è il 14 luglio e la data non è casuale: la mezza pagina a pagamento che compare oggi sul Corriere della Sera è la nostra Bastiglia. Non l’abbiamo conquistata con i canonici forconi, ma con moneta sonante: 6.000 € sull’unghia. Li abbiamo raccolti in cinque giorni di sottoscrizione fra i componenti di un barcone di poligrafici in letargo destinati – secondo l’intento del famoso accordo del 2 dicembre Fieg-sindacati – parte ad essere soppressi, i più vecchi, gettati a mare, parte ad essere trasferiti ai lavori forzati in un cpr extraterritoriale chiamato Byblos per ricostituire il proprio zainetto contributivo. La chiamata alle armi lanciata dal Comitato di cui faccio parte ha improvvisamente risvegliato le coscienze molto oltre le nostre aspettative e abbiamo raggiunto l’obiettivo molto prima di quanto pensassimo (veramente non eravamo neanche tanto sicuri di raggiungerlo, tanto che si pensava di scegliere la testata su cui comparire in base alla tiratura e al prezzo conseguente che ci avrebbe fatto).
La sottoscrizione è stata un’iniziativa obbligata. Avevamo instaurato contatti diretti con le istituzioni con cui sono previste ulteriori promettenti interlocuzioni che ci auguriamo portino a soluzioni diverse dallo scellerato accordo del 2 dicembre, ma ci sentivamo ancora in un angolo. Avevamo bisogno di notorietà, perché le istituzioni agiscono e intervengono se si fa rumore, se la pressione dal basso si fa sentire. E anche perché molti nostri ex colleghi poligrafici sono ancora in sonno e invece vogliamo che vengano con noi, che scelgano di salire sulla scialuppa di salvataggio che offriamo noi piuttosto che la via del suicidio assistito di stampo Fieg-sindacale.
Siamo stati costretti a lanciare la sottoscrizione per un semplice motivo: la stampa tutta, NESSUNO ESCLUSO, da noi sollecitata in tutti i modi, ci ha completamente ignorato, come più volte denunciato nei nostri spazi. Soprattutto quei giornali che si ergono a paladini della libertà di stampa e quelli che si onorano di non avere sovvenzioni dallo Stato, dai quali ci saremmo aspettati almeno ascolto, se non appoggio. Delusi? No, confermati nel nostro convincimento che non è di oggi. I giornalisti italiani o sono al servizio del padrone-editore, o sono al servizio della propria immagine pubblica. Sarei propenso a salvare solo i corrispondenti di guerra, che almeno rischiano la vita, anche se quelli veramente bravi riescono a mistificare anche quello: Montanelli scriveva della rivolta ungherese da un hotel a cinque stelle di Vienna. Il ritorno per la categoria c’è sempre: il passaggio dell’INPGI (242 milioni di deficit) all’INPS senza colpo ferire ne è solo un esempio. Per questa genìa che disonora il giornalismo, il silenzio è d’oro, anche se in fondo dovremmo essergli grati, perché il loro silenzio ci ha costretti a lanciare un’operazione che ci permette di celebrare oggi il nostro 14 luglio, la nostra presa della Bastiglia.
Ma una cosa vogliamo comunque gridargliela in faccia: ci avete costretti a pagare la vostra libertà di stampa: vergogna!

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