Al Coordinamento è giunta una testimonianza che vorremmo condividere perché rende plastica e viva la sofferenza che invece non si scorge dalla narrazione dei freddi numeri sciorinati nel corso delle audizioni parlamentari convocate per l’autoliquidazione del Fondo Casella. Spesso cifre appositamente disaggregate (per non lasciar intuire possibili alternative alle procedure autoliquidatorie, come l’audizione del 13 marzo) o ricomposte ad arte (per spaventare gli uditori sugli squilibri finanziari, come l’audizione del 24 luglio).
È la storia di un collega, F.B., che si ritrova da 10 anni senza stipendio e senza la pensione. Surreale vittima delle distorsioni che si sono annidate fra le procedure dei ricorsi aziendali ai prepensionamenti che si sono accavallate nel tempo.
Quando inizia la vicenda che vuole raccontarci?
“Comincia nel 2013, anno in cui la mia azienda editoriale, anzi ex, appronta un piano di prepensionamento, attingendo alla Legge 416, per riorganizzazione aziendale in stato di crisi”.
Lei era interessato al provvedimento?
“L’azienda aveva individuato, tra i potenziali prepensionandi, anche 12 dipendenti, tra i quali risultavo anche io, ai quali suggerire il prepensionamento. Ma di questi soltanto 4 avevano o avrebbero certamente maturato i 32 anni di contributi necessari”.
Quali erano i parametri per il prepensionamento nel 2013?
“La legge prevedeva nel 2013 l’accompagnamento alla pensione anticipata per i dipendenti consenzienti che avessero maturato, nella finestra biennale della procedura di riorganizzazione per crisi, 32 anni di contributi. A loro volta i 32 anni, unendosi ai 3 anni concessi dallo Stato, permettevano il pensionamento con complessivi 35 anni di versamenti”.
Ha detto che per legge i dipendenti dovessero essere consenzienti, giusto?
“Sì. Anche se ci fu premesso che, in assenza del consenso al prepensionamento, sarebbero state avviate procedure di licenziamento per motivo di ordine economico”.
Per 4 di voi vi era certezza del monte contributi utile di 32 anni. Per gli altri?
“Per gli altri l’azienda era disposta a riconoscere, autodenunciandosi, che come prassi prima dell’assunzione erano stati impiegati come lavoratori subordinati, sebbene formalmente risultanti come lavoratori autonomi”.
Quindi?
“Ovviamente per gli anni precedenti all’assunzione a tempo indeterminato, ovvero gli anni in cui eravamo stati impiegati come lavoratori subordinati, erano stati omessi i contributi previdenziali da parte dell’azienda”.
Come si è allora proceduto?
“Al riconoscimento formale dell’autodenuncia dell’azienda, ovvero della sua volontà di riparare ai mancati versamenti contributivi dell’epoca, per favorire le fuoriuscite in prepensionamento e scongiurare i licenziamenti, è stata necessaria una dichiarazione allegata al verbale di Accordo e firmata individualmente dai lavoratori coinvolti nella procedura al cospetto della Commissione dell’Ufficio Vertenze Legali presso la Direzione Territoriale del Lavoro. Nel febbraio 2014”.
Tutto a posto allora?
“Apparentemente sì. Anche perché lo studio legale, che aveva accompagnato i lavoratori interessati, unitamente a un’ispettrice della Direzione Territoriale del Lavoro concordavano nel sostenere che il verbale di accordo equivalesse a una sentenza. E come tale non poteva che essere applicata senza potere discrezionale da parte dell’Inps”.
Invece?
“L’Inps, contrariamente ad altre precedenti procedure, si è rifiutata di riconoscere la validità dell’Accordo siglato in Direzione Territoriale del Lavoro, dichiarando di voler procedere ad approfondimenti circa la natura del rapporto di lavoro dipendente, relativamente al periodo lavorativo ante assunzione a tempo indeterminato. Con tutto quel che ovviamente ne conseguì”.
Cioè?
“Siamo stati costretti a fare ricorso alla giustizia richiedendo un procedimento d’urgenza, soprattutto in considerazione della scadenza imminente del piano biennale di prepensionamento per crisi. Un ricorso vinto”.
Risolto definitivamente?
“No, perché l’Inps ha formulato reclamo e la sentenza a nostro favore è stata riformata”.
E si è concluso così?
“Abbiamo dovuto ricorrere, a nostra volta, al giudizio di merito, dove l’Inps ha opposto una sopraggiunta prescrizione dei termini per i versamenti. Un’assurda beffa che ci ha rovinato la vita. Pensi che durante l’udienza del processo di merito il legale che rappresentava l’Inps aveva ammesso al giudice che se l’Istituto di Previdenza Nazionale avesse riconosciuto per tempo la validità dell’Accordo firmato in Direzione Territoriale del Lavoro, unitamente ai versamenti di copertura che l’azienda si stava accingendo a versare, le prestazioni pensionistiche sarebbero state doverose”.
Siete rimasti tutti senza pensione e senza lavoro?
“No, soltanto in quattro. Il giudice ha espresso sentenze diverse per ciascun lavoratore. Per una quinta collega, i pagamenti dei contributi, dei relativi interessi e delle sanzioni sono stati giudicati validi, non prescritti, dallo stesso giudice che per noi altri li ha dichiarati inammissibili. L’ennesima beffa e, naturalmente, danno”.
Che spiegazione si è dato di questa vicenda?
“Intanto, va aggiunto che, confidando ciecamente in quanto asserivano azienda, legali e ispettori della Direzione Territoriale del Lavoro, ovvero che il diritto di quell’Accordo di conciliazione per gli anni ante assunzione a tempo indeterminato fosse inappellabile, ho dovuto giocoforza dare le dimissioni dal lavoro per rispettare il termine ultimo della finestra biennale del piano di prepensionamento aziendale. Una dimissione che risale ad aprile 2015”.
Quindi è da allora che non ha più ricevuto lo stipendio e/o la pensione?
“È da quella data che sono senza pensione e senza alcun ammortizzatore sociale. Completamente abbandonato e isolato. Senza tutele, senza giustizia. Con importanti spese affrontate per le procedure legali che ho dovuto necessariamente avviare”.
Non c’è stata più nessuna attenzione?
“Il legale caldeggiava un ulteriore ricorso alla Corte d’Appello per richiedere l’annullamento delle dimissioni dal lavoro, ma nella condizione in cui mi sono ritrovato ho dovuto accettare, insieme ad altre due colleghe, una transazione con l’azienda. L’impegno a cessare qualsiasi ulteriore vertenza è stato ripagato con 36 mila euro. Una miseria, considerando i costi che ho dovuto affrontare e i danni che mi sono stati procurati per un prepensionamento forzato, che non è mai stato riconosciuto dall’Inps”.
Dura da digerire…
“Adesso la prospettiva è aspettare, in questa condizione, i limiti dell’età anagrafica per accedere alla pensione. E mi tocca perfino osservare, incredulo, la faccenda dell’autoliquidazione del Fondo Casella”.
Lei cos’è adesso per il Casella, un differito?
“Non lo so. Ho più di 30 anni di contributi in quel Fondo, ai quali non posso attingere e che mi vorrebbero svuotare con la procedura di liquidazione. Il Commissario straordinario del Casella, durante l’audizione di luglio, ha ripetuto più volte la parola pretese riferendosi ai lavoratori e ai pensionati che avanzano diritti. Ecco, ho voluto condividere con voi la mia drammatica vicenda per testimoniare che dietro quelle cosiddette pretese ci sono difficoltà vere. Di soprusi che vengono liquidati con 36 mila euro, non certo i 300 mila euro annui, moltiplicato per cinque anni, per un’amministrazione straordinaria che non si sa bene cosa abbia finora fatto”.
Grazie per aver condiviso con noi le sue difficoltà.“Ringrazio io voi per quanto state facendo per tutti. Per i pensionati, per i differiti e silenti, per i lavoratori. Non smettete di lottare per i diritti della nostra categoria. Che sono inoppugnabili, non pretese. Nella condizione in cui mi trovo serve ogni euro accantonato. Mi auguro che nessuno si ritrovi nella stessa solitudine in cui sono stato io. Senza volerlo e senza aver fatto null’altro che lavorare onestamente per più di trent’anni. Credo di non meritarlo, credo che nessuno debba meritarlo”.
Fino a quando l’ordine legale e quello sindacal-padronale non riusciranno a riprendere in mano il rapporto con le persone reali, e la loro vita, saranno votati al fallimento e all’ignominia.
L’intervista è stata raccolta da Ludovico Sarfatti, che ringrazio.

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