Facciamo chiarezza su uno spauracchio sbandierato dai sindacati in questa storia: il famoso 19%.
Da dove spunta questa percentuale? Dal rapporto fra quanto il Fondo Casella aveva in pancia a fine 2024 (€ 55.402.984, escluso il TFR) e quelle che Ruggiero definisce “pretese” previdenziali gravanti sul Fondo Casella (€ 284.500.000). Il risultato dà appunto il 19,47%.
Prima mistificazione: quei 55 milioni e rotti non sono il patrimonio residuo del Fondo risultante dall’inventario espletato a seguito di una Liquidazione Coatta Amministrativa, unica eventualità prevista per un fondo pensionistico in dissesto. Infatti il Fondo Casella non è in default: lo ha confermato COVIP in più occasioni.
Nel 2024 l’importo dei contributi risultava superiore alle prestazioni: 13 milioni e mezzo contro 13 milioni. Con quei 55 milioni e con un bilancio entrate/uscite in pareggio – sarebbe addirittura in attivo se le aziende morose o uscite da FIEG fossero chiamate ad onorare gli impegni presi – il Casella avrebbe ancora vita lunga, anche se zavorrato da squilibrio finanziario.
Ma è proprio questo lo scopo dell’accordo di autoliquidazione: un colpo di spugna sullo squilibrio finanziario facendolo pagare a lavoratori e pensionati e una pietra tombale sulle responsabilità, con più che potenziali risvolti penali, di chi lo ha prodotto.
Seconda mistificazione: se il Fondo Casella non è in default, non è possibile ripartire il patrimonio residuo fra gli aventi diritto a qualsiasi titolo. Quindi la minaccia ventilata dai sindacati che ogni silente, differito, attivo, pensionato, rischierebbe di doversi accontentare del 19% di quanto di sua spettanza è una fandonia inventata per convincere i recalcitranti che le condizioni previste dall’accordo di autoliquidazione siano “migliorative” rispetto a quella – inesistente – eventualità.
Terza mistificazione: l’accordo di autoliquidazione prevede l’applicazione di un criterio di “equità e ragionevolezza” nella spartizione dell’ipotetico patrimonio residuo del Fondo. A farsene carico sarebbe il commissario liquidatore, che l’accordo individua nel commissario straordinario Ruggiero. Senza soffermarci sui profili di illegittimità della nomina (sui quali si rimanda al testo della diffida alla quale tutti dovrebbero aderire), già la vaghezza dell’enunciazione induce il sospetto che l’esito dell’operazione non debba lasciare spazio a contestazioni di sorta. Ma l’aspetto più grave è che inevitabilmente si creeranno artatamente divisioni verticali fra le varie figure in relazione alla diversificazione dei rispettivi interessi:
• fra pensionati e lavoratori attivi, un tema già ben avviato con la narrazione fatta girare ad arte nei luoghi di lavoro che siano i pensionati, colpevoli del “reato” di longevità che credevamo patrimonio solo della fantascienza, i saccheggiatori del Casella: i primi hanno una quota di pensione a capitalizzazione calcolata sul proprio castelletto contributivo ben presente nel calcolo dei fondi accantonati a capitalizzazione (circa 138 milioni a fine 2024), cioè parte integrante delle sedicenti “pretese” ruggeriane. L’unica cosa che differenzia i pensionati dai lavoratori attivi è che godono già adesso della pensione di cui gli attivi godranno una volta maturata in Byblos l’anzianità necessaria. Perché allora, invece di eliminarli con l’azzeramento di un sacrosanto diritto, come prevede l’accordo, non si dà anche ai pensionati la possibilità di confluire in Byblos con il loro zainetto contributivo in modo che sia Byblos a continuare l’erogazione della pensione?
• fra lavoratori attivi con diversa anzianità di servizio: i giovani (assunti dopo il 2017) avranno in Byblos un contributo del 3%, gli anziani del 6%; ancora: i giovani hanno davanti molti anni di lavoro, gli anziani molti di meno, così che i secondi saranno penalizzati rispetto ai primi in quanto non avranno tempo sufficiente a ricostituire in Byblos la decurtazione del proprio castelletto. È dunque prevedibile che la “ragionevolezza” implichi che i giovani confluiscano in Byblos con niente o pochi spiccioli e gli anziani con una parte consistente del proprio castelletto, ma comunque in misura ancora insufficiente a recuperare il maltolto.
In ogni caso un esito che rinnega la natura stessa di un’organizzazione sindacale, nata per unire i lavoratori, non per dividerli.
di Lino Tordini

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