Ci sono state riportate alcune espressioni di rammarico da parte di una sindacalista nei confronti della scelta di autoliquidare il Casella. Una frase tipo “scelta dolorosa”. Mi sono venute alla mente le immagini di qualche anno fa, quando durante una trasmissione tv la signora Fornero pianse per gli effetti della sua riforma pensionistica. Solo ipocrisia? Cinica ipocrisia?
No, c’è dell’altro. Soprattutto nel nostro caso. La sindacalista riconosce la scelta della sua organizzazione di procedere alla soppressione del fondo Casella come necessaria e insieme dolorosa.
La necessità è una possibilità che si impone su qualsiasi altra annullandole, lasciandone una soltanto, dolorosa. Da dove origini questa necessità non viene spiegato. Dai conti? Dagli squilibri attuariali? Dalla piramide rovesciata degli attivi e dei pensionati? Da tutti questi motivi insieme? Da malversazioni? Qui non conta.
È che il dolore, soprattutto quello procurato, non è in questi casi mai il proprio, bensì l’altrui. Per questo quelle lacrime suonarono falsissime allora, così come altrettanto suona la frase della sindacalista dell’altro giorno.
Non si piange per un dolore procurato… si può solo evitare di procurarlo. E se non lo si evita e ci si ostina a produrlo consentendo a una necessità astratta di avere la meglio su ogni altra considerazione si esercita la forza e il potere che, come pensava Simone Weil, una volta molto di moda negli ambienti sindacali, sono di per sé stessi malevoli.
Signora sindacalista lei non ha cancellato il suo titolo di debito nei nostri confronti, lo ha solo aggravato ammettendo che la sua decisione e quella della sua organizzazione ha procurato dolore. Non il suo, il nostro.
E il Metastasio completa: “voce dal sen fuggita poi richiamar non vale”.

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