Su una frase “dal sen fuggita” di una signora sindacalista

Ci sono state riportate alcune espressioni di rammarico da parte di una sindacalista nei confronti della scelta di autoliquidare il Casella. Una frase tipo “scelta dolorosa”. Mi sono venute alla mente le immagini di qualche anno fa, quando durante una trasmissione tv la signora Fornero pianse per gli effetti della sua riforma pensionistica. Solo ipocrisia? Cinica ipocrisia?

No, c’è dell’altro. Soprattutto nel nostro caso. La sindacalista riconosce la scelta della sua organizzazione di procedere alla soppressione del fondo Casella come necessaria e insieme dolorosa.

La necessità è una possibilità che si impone su qualsiasi altra annullandole, lasciandone una soltanto, dolorosa. Da dove origini questa necessità non viene spiegato. Dai conti? Dagli squilibri attuariali? Dalla piramide rovesciata degli attivi e dei pensionati? Da tutti questi motivi insieme? Da malversazioni? Qui non conta.

È che il dolore, soprattutto quello procurato, non è in questi casi mai il proprio, bensì l’altrui. Per questo quelle lacrime suonarono falsissime allora, così come altrettanto suona la frase della sindacalista dell’altro giorno.

Non si piange per un dolore procurato… si può solo evitare di procurarlo. E se non lo si evita e ci si ostina a produrlo consentendo a una necessità astratta di avere la meglio su ogni altra considerazione si esercita la forza e il potere che, come pensava Simone Weil, una volta molto di moda negli ambienti sindacali, sono di per sé stessi malevoli.

Signora sindacalista lei non ha cancellato il suo titolo di debito nei nostri confronti, lo ha solo aggravato ammettendo che la sua decisione e quella della sua organizzazione ha procurato dolore. Non il suo, il nostro.

E il Metastasio completa: “voce dal sen fuggita poi richiamar non vale”.



Una risposta a “Su una frase “dal sen fuggita” di una signora sindacalista”

  1. La controparte dei nostri sindacalisti è il fratello nell’ombra che li muove. Dovrebbero solo vergognarsi e nascondersi. Dov’è il piano di recupero di un fondo in cui sono finite decine di miliardi di euro? Dov’è l’ammissione degli errori di gestione?

    La prima cosa da fare quando si sbaglia è RECUPERARE non piangere e sopire il dolore.

    Non riuscirei nei loro panni a dormire una sola notte senza rimorsi.

    Ma il senso di vergogna e la volontà di recuperare gli errori vengono solo se c’è dignità. Abbattono la nostra quindi anche la loro. Prima o poi ne saranno coscienti, ma sarà troppo tardi. Se ne renderanno conto quando nessuno dei nostri figli verserà più un euro per il Sindacato. E per nostri intendo la nostra generazione, non noi poveri ventimila rapinati.

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