È una storia da dimenticare
È una storia da non raccontare
È una storia un po’ complicata
È una storia sbagliata.F. De Andè, 1980
Se pensate che le storie siano tutte uguali, la storia dell’Ente Previdenziale ad iscrizione obbligatoria Fiorenzo Casella potrebbe farvi ricredere.
Nasce nel 1958 con le migliori intenzioni di FIEG e dei Sindacati Nazionali dei Poligrafici, viene incardinato nelle istituzioni repubblicane con un Decreto Presidenziale nel 1962, ma poi gli errori che lo fanno crescere come un albero storto sono così tanti che si fa fatica ad elencarli tutti. Sono errori preoccupanti perché non sembrano fatti in buona fede. E come in tutte le storie sbagliate, ci mette lo zampino un sacco di gente: amministratori, commissioni di vigilanza, istituzioni governative e parlamentari. Ognuno ci ha messo del suo.
Non possiamo tediarvi ad elencarli tutti, ma almeno i tre errori più importanti meritano di essere ricordati perché non si dica che quella del Casella è stata una storia solo sfortunata.
Il sistema di gestione sbagliato
Quando nel 1995 la legge Dini dà una svegliata a tutti gli enti previdenziali, compresa INPS, perché non è più praticabile la modalità gestionale del dopoguerra per cui i tanti lavoratori pagano i cedolini dei pochi pensionati, tutti passano al sistema contributivo e lo sostituiscono gradualmente al sistema retributivo.
Quasi tutti, perché il nostro mitico Casella rimane dormiente e il passaggio al sistema contributivo, dove non conta la piramide rovesciata ma conta quanto viene capitalizzato per ogni lavoratore, non viene mai completamente adottato. Come è stata possibile una follia del genere proprio in un settore dove la piramide rovesciata è ancora più accentuata dai prepensionamenti e dai cambi contratto operati da tutti gli Editori per svuotare un comparto, secondo loro, troppo costoso? La risposta è semplice: deroghe alle leggi chieste in continuazione da sindacati ed editori a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi tre decenni. E purtroppo… deroghe accordate!
La commissione di vigilanza sbagliata
Quando nel 1993 viene istituita la COVIP per vigilare sulle forme pensionistiche complementari, non viene riconosciuta la caratteristica principale del Casella, cioè la sua obbligatorietà, e viene iscritto alla vigilanza della COVIP nell’ambito dei fondi preesistenti alla COVIP stessa. Come dire… Non ti riconosco bene, ma ti accolgo comunque perché sei nato prima degli altri (oltre che di me). Come un uovo che viene messo nella cesta sbagliata. Anche perché cosa c’entra essere preesistente con le caratteristiche dei fondi vigilati da COVIP che sono complementari e volontari?
La cesta giusta era chiaramente la Commissione Parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale. Quella che dipende dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Che però è lo stesso soggetto istituzionale che aveva concesso quelle strane deroghe alla legge che obbligava le forme pensionistiche ad adottare un sistema a contribuzione e non a ripartizione. Strane coincidenze o la volontà di non avere troppi rompiscatole che sfruculiavano sull’amministrazione di un ente previdenziale, diciamo, speciale? Certo, perché il Casella è molto speciale. Non è di primo pilastro come l’INPS o le casse pensioni sostitutive all’INPS, ma non è nemmeno un terzo pilastro cioè un fondo complementare ad adesione volontaria. È integrativo e obbligatorio, pressoché unico per la Repubblica italiana, quindi diventa facile intorbidire le acque. Risultato: la commissione sbagliata significa, per le parti istitutive, cantarsela e suonarsela a proprio piacimento. Una cassa comune aperta ad ogni spesa senza lo spauracchio di controlli amministrativi.
La soluzione finale sbagliata
Quando nel 2019 il disastro dello squilibrio finanziario del Casella si fa sempre più evidente serve lasciare la nave che affonda. Sì, ma come si fa a far fallire un ente previdenziale per giunta a iscrizione obbligatoria? Ecco allora la pensata che è sembrata l’unica via di fuga. L’articolo 13 del regolamento interno del Casella che prevede una sorta di autoliquidazione cioè un sciogliete le righe che funziona però se non ci sono situazioni di squilibrio. Badate bene però, è una fuga degli amministratori che invece viene venduta agli iscritti del Casella come unica e irripetibile occasione di salvezza. Ma non lo è!
Ma anche qui c’è l’ennesimo e ultimo errore. La liquidazione del Casella non può essere autorizzata dalla COVIP perché va contro le leggi dello Stato che prevedono che chi ha sbagliato creando il disequilibrio paghi le conseguenze. Cioè non esiste una procedura che, anche stavolta, sia fatta su misura per il Casella e quindi consenta agli amministratori di distribuire le perdite anziché il patrimonio residuo. Il commissario potrebbe procedere ma si configurerebbe una liquidazione che richiama alle proprie responsabilità gli ultimi amministratori ordinari, con tutte le conseguenze penali e civili del caso.
La canzone giusta?
Non è detto che debba piacere a tutti un poeta cantastorie come Fabrizio De Andrè. In questo caso però fate un’eccezione. Ascoltate Una storia sbagliata almeno una volta.
È dedicata a una vicenda totalmente diversa, ma le canzoni spesso si adattano ad interpretazioni soggettive. Ci battiamo per il classico lieto fine che ci permetta di superarla senza dimenticarla. Per ora c’è solo la grave violazione dei diritti e della dignità di un’intera categoria di lavoratori.
Dario Gianuzzi

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