Sarebbe utile, per tutti, ma soprattutto per le cosiddette “parti istitutive”, riflettere sulla nozione giuridica di fallimento.
La dichiarazione di fallimento di un’impresa viene solitamente chiesta dal principale creditore: la banca che apre fidi e linee di credito utili a proseguire/iniziare le attività imprenditoriali. Il dissesto finanziario è conclamato nel momento in cui il credito concesso all’impresa non può più essere restituito, con gli interessi, al prestatore.
Naturalmente ci sono anche i clienti dell’impresa che magari hanno anticipato denaro per servizi e beni che l’impresa avrebbe dovuto erogare e non è più grado di farlo. Insomma, il fallito non è più capace di dar seguito agli impegni presi.
Vi ricorda qualcosa? Sì, il Casella. Proprio lui. Oggi si trova nella condizione di un’impresa fallita. Solo che i soldi della sua attività non sono quelli di un istituto di credito ma quelli dei lavoratori. Prelevati, peraltro, obbligatoriamente, dalla loro busta paga. Sì, certo, ci sono anche quelli delle aziende. Ma tutti sono passati dalla busta paga dei dipendenti e nell’insieme costituiscono un vero e proprio “salario differito”.
Non solo: il servizio erogato dal Casella è di natura particolare perché interviene alla fine della vita lavorativa del soggetto, dopo che le prestazioni del lavoratore hanno contribuito con i versamenti a garantire le prestazione future del servizio per il quale il Casella è nato, vale a dire le pensioni. Questo seguendo, senza deroghe possibili, il senso di ogni “previdenza sociale”. Vale a dire la garanzia data ai lavoratori di proseguire una vita dignitosa oltre la loro capacità lavorativa, nell’ipotesi, antischiavista, che la vita di chi lavori sotto padrone – termine ormai desueto sostituito da pietose bugie “democratiche” – non debba essere ridotta alla mera capacità lavorativa, finita la quale debba dipendere dalla carità. Ma questo era ciò che un autoritario e “reazionario” tedesco di nome Otto von Bismarck, prussiano di ferro, aveva pensato su pressione del movimento sindacale tedesco (sindacalisti del piffero vi dice qualcosa Ferdinand Lassalle?).
Ebbene, nel nostro caso – che oserei chiamare ormai “di scuola”, dato il rovesciamento del paradigma lavorativo che esso produce per la prima volta nella storia del movimento sindacale – tutto questo va in fanteria.
Chi ha versato perde quasi tutti i contributi e soprattutto le prestazioni per le quali aveva devoluto una parte del suo stipendio a personaggi che prendevano soldi legittimati da un decreto presidenziale con valore di legge, mai revocato, anche durante il commissariamento. Viene risarcito, nelle intenzioni di costoro, con quella che si chiama “moneta fallimentare”, niente di più di una mancia umiliante e maleodorante di ipocrisia.
Quindi, con il sentimento velenoso di coloro che sanno il danno che procurano, non vogliono sentir parlare di “liquidazione coatta amministrativa”. Ma solo perché il loro è un vero e proprio fallimento.
P.S. Noi siamo come Tobia, personaggio della Bibbia, che lasciò una somma considerevole a un uomo chiamato Gabaèl. Nel racconto biblico Tobia redige un cheirographon, un titolo di debito, un’obbligazione secondo la quale i soldi che vengono affidati dovranno essere a tempo debito restituiti. Tobia invierà suo figlio a riprenderli, munito di quel titolo che rappresenta il diritto legale a riscuotere ciò che è dovuto a suo padre. Il nostro cheirographon è il nostro stipendio di una vita.

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