I danni mentali e culturali del sindacato a sé stesso

Questo non è solo un blog utile al coordinamento delle azioni che liberi cittadini italiani vorranno muovere per evitare che si realizzi il sopruso che sindacato a datori di lavoro stanno compiendo. È, come tutti i blog fedeli al significato dello strumento, una specie di diario pubblico di una persona in questo momento impegnata a farsi riconoscere un proprio diritto, conculcato da una scelta improvvida e lesiva di quello stesso diritto.

È per questo che pubblicherò considerazioni che finora erano rimaste chiuse nella mia coscienza.

Una delle distinzioni che spesso gli storici pongono nel loro lavoro è quella tra l’inevitabilità delle scelte fatte dal soggetto, sia esso un partito, un leader, una classe sociale, una nazione ecc., in genere riscontrabile solo dopo, a cose fatte; e la libertà che appare ai soggetti come l’essenza stessa del proprio agire. Sembra che gli uomini ragionevoli debbano apparire sempre e in ogni circostanza come rassegnati all’inevitabile.

Ora, nel nostro caso specifico, uno dei ritornelli sindacali è proprio quello dell’inevitabilità della scelta di autoliquidazione del Fondo Casella. Dovuta a fattori che sarebbero al di fuori della disponibilità della loro volontà e ai quali non sarebbe possibile opporre alcuna resistenza o alternativa. Un atteggiamento del genere, giustificato se fossimo storici del settore e narratori delle sue tristi vicende che lo stanno portando all’estinzione, non ha alcun senso per un soggeto come il sindacato, qualsiasi sindacato, che voglia dare continuità alla propria ragion d’essere. Considerare come inevitabile ciò che accadrà a un numero considerevole di lavoratori significa venir meno alle motivazioni grazie alle quali sono nate organizzazioni operaie, professionali e datoriali. È un rassegnarsi preventivo non alla realtà delle cose, perché questa è sempre il risultato di atti, scelte e decisioni che si considerano liberi, bensì alla cancellazione di sé stessi. È un decretare la fine dell’esperienza sindacale, il suo annullamento, l’abbandono assoluto di ogni sua ragione d’essere. Pensate a cosa sarebbe successo se la Trade Unions inglesi avessero accettato la “realtà delle cose” e non avessero imposto con la lotta l’abolizione del lavoro dei bambini; o la giornata lavorativa di otto ore… su su fino alla rivendicazione della Previdenza sociale in Germania fatta poi propria dal principe di ogni conservatorismo che fu Otto von Bismarck in Schönhausen! Scriveremmo oggi una storia diversa.

Ebbene sono convinto che il danno maggiore che stanno facendo i sindacati non sia tanto e soltanto – ed è già troppo – togliere quattro soldi, ché tali sono a confronto di tutti quelli che il settore ha divorato pesando sulle casse dello Stato per sopravvivere nello stato pietoso in cui versa, bensì quello di negare fino all’ultimo sussulto dignità e ogni possibilità di azione e reazione ai lavoratori.

Un grande storico polacco, naturalizzato inglese, Isaac Deutscher scrisse a prefazione di una delle sue biografie:

I momenti forse più ammirevoli nella storia di un uomo sono quelli in cui egli lotta contro l’inevitabile; e anche questa sua lotta è inevitabile.

Nella storia di un singolo uomo, scrive… e in quella di qualche migliaia non dovrebbe valere la stessa cosa?



Una risposta a “I danni mentali e culturali del sindacato a sé stesso”

  1. Avatar unabashedlystranger8da60eddd4
    unabashedlystranger8da60eddd4

    Caro Riccardo, condivido il tuo spunto e mi piacerebbe pensare ad una sincera rassegnazione da parte del sindacato nonché co-fondatore della nostra Previdenza complementare… purtoppo l’immagine che mi si presenta davanti è quella di una volpe spelacchiata e non quella di una talpa rassegnata.

    Temo ci sia qualcosa di diverso, e davvero lo temo perché un fondo previdenziale non è un affare qualsiasi o un’azienda che fallisce.

    Se vogliamo essere garantisti, anzi se vogliamo considerare questa storia come un limite matematico dove x=garantismo tende all’infinito….. chiamiamola concertazione.

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