La vexata quaestio delle sentenze del Tribunale

Qualche considerazione sparsa non tanto nel merito delle sentenze – non ne ho le competenze, e, da quello che ne so, quasi tutte copia e incolla – quanto dal punto di vista dei soggetti coinvolti nei ricorsi all’autorità giudiziaria.

Che siano o meno avvenuti coordinandosi tra loro, i ricorsi sono indice di una difetto di presenza soggettiva dei lavoratori.

Il sindacato ama questo genere di ricorsi, soprattutto quando sono perdenti, perché da una parte portano acqua al suo mulino: “visto? siamo solo noi che possiamo difendervi!”.

Da un altro lato, quando si mette male per loro, nel senso che gli editori fanno valere le loro logiche senza che i sindacati mostrino l’intelligenza o la forza di contrastarli, lasciano parte dei lavoratori nell’impotenza, costringendoli ad agire giudizialmente, in modo tale che se ottengono il risultato i lavoratori raggiungono quello che il sindacato non è stato capace di ottenere.

Nel caso in cui i ricorsi vengono respinti – come è stato purtroppo nel nostro caso e senza giudicare nel merito cosa è stato sottoposto al giudizio della magistratura – il sindacato può sempre giustificare la sua presenza e funzione di fronte allo strapotere padronale. È una vecchia storia che ha radici all’interno della stessa ragion d’essere dei sindacati storici.

Ma dal lato dei giudici la questione ha risvolti ancora più profondi che la maggior parte dei “proletari”, alias lavoratori dipendenti, tende per autoconsolarsi a non considerare: il diritto è sempre e solo frutto dei rapporti di forza tra classi e ceti sociali. La presunta dimensione super partes del diritto è un’illusione che chiunque abbia sostenuto un esame di filosofia del diritto sa essere una di quelle più durevoli che l’umanità si racconta per sopportare il peso della vita. Chi il peso se l’è scrollato di dosso per effetto della sua capacità imprenditoriale o professionale, usa cinicamente il cosiddetto “diritto” per conservare il proprio vantaggio sociale. È triste, sconsolante, ma è la realtà.

E nel caso del nostro settore la vicenda dell’INPGI, il fondo dei giornalisti, fallito, trasferito senza alcun problema in INPS tra il 2021 e 2022 – hanno addirittura conservato il lavoro ai dipendenti che ora lavorano in ufficio INPS dedicato solo ai giornalisti – è sintomatica di questo doppio pesismo del giuridico e della politica: la categoria più forte si salva, la più debole la si condanna, anche se entrambe hanno un medesimo istituto di previdenza obbligatorio!!! [vero che il Casella è integrativo della pensione INPS, ma è altrettanto obbligatorio per il noto decreto presidenziale del 1962!!]

Quello che possiamo fare e che personalmente perseguo insieme al Coordinamento, nell’assoluta limitatezza dei nostri mezzi, ma nella chiara consapevolezza di essere dalla parte della ragione, è chiarire questa logica e costruire la forza per ribaltarla contro ogni rassegnazione.



Una risposta a “La vexata quaestio delle sentenze del Tribunale”

  1. aggiungerei al “doppio peso” anche il destino del fondo integrativo dei giornalisti che, opportunamente tagliato ma anche sostenuto, vive ancora ed eroga pensioni senza alcun problema di liquidazione volontaria o involontaria 😉

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