Mi è difficile riassumere in un post più di due mesi di attività su questa sciagurata vicenda.
Sono state settimane di incontri, spesso sottotraccia, necessariamente sotto traccia. Giorni convulsi nel caos interpretativo della politica e dei giochetti di insulsi e un po’ sciocchi di suoi imitatori di terza e quarta fila, dove l’unica cosa verificabile era la volontà tetragona e violenta delle parti istitutive – sindacati ed editori – di toglierci la pensione; di ridimensionare fortemente il montante di tutti, attivi, silenti e differiti, in un’orgia di amnesie e silenzi. Mai imbarazzati come si dovrebbe tra persone oneste e chiare, ma arroganti, menefreghisti, come si conviene a chi ha molto da dare e restituire ai padroni del vapore.
Abbiamo scoperto che nel nostro settore, tra la cosiddetta comunicazione evoluta social digitale, con qualche spruzzata di IA, in realtà esiste ancora il sciur padrun da li beli braghi bianchi che dice alla risaia secca e arida dei quotidiani in crollo verticale: piega la testa e apri le tasche che ti prendo i soldi.
Ora sembra tutto rimandato a settembre. Mi rendo conto che riassumere tutto quello che è successo mi è difficile. Avremo modo a settembre di riprendere il discorso e rimettere in sesto le pedine di una scaccchiera che aspetta ancora chi faccia la mossa del cavallo, o se meglio vi sta, chi porta a dama la partita.
Solo un’avvertenza a chi crede di cavarsela definendo la questione solo una singolar tenzone: quello dei diritti acquisiti non è una partita e l’obbligo del rispetto di quei diritti è l’unica cosa che conta. Il resto sono le belle braghe bianche smaltate dei mendicanti di sempre… e quelle un po’ troppo unte dei loro lacché. Vero sindacati?
Buone vacanze. Per ora e se potete.

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