L’arroganza e l’impudenza come metodo

Di fronte alla possibilità di un intervento statale, pure tutta da verificare e soprattuto da concretizzare in tempi, norme e contenuti, a garanzia dei diriti quesiti di tutti coloro che hanno versato parte del loro stipendio al Casella, la reazione padronale e sindacale è stata rivelativa. Entrambi non la escludono ma entrambi, a mo’ della un tempo famosa “razza padrona”, dicono: dateceli a noi che li mettiamo a incremento della ripartizione miserabile che distribuiremo coi nostri criteri di equità (sic) a una platea di poveretti che tanto soffrono e ne hanno bisogno. Mancetta umiliante. Per noi che dovremmo riceverli proprio da coloro che i soldi li hanno gestiti male!

Due cose si possono dire, nette e senza equivoci:

  1. Chi è responsabile del disastro non può chiedere soldi allo Stato e soprattutto, non ne deve avere per coprire le proprie responsabilità. Perché l’autoliquidazione è la pietra tombale di ogni responsabilità, accertata o da accertare, circa la mala gestione più che decennale del Casella.
  2. Il nostro diritto a non perdere alcuna quota di quanto versato, a non veder decurtato il nostro montante – lo sciagurato “zainetto” di balzaniana memoria (non balzachiana, anche se tutta la vicenda ha i tratti di commedia umana grottesca e con larghi tratti di infamia)… manco fossimo alpinisti della domenica! –, deve essere riconosciuto dallo Stato perché è lo Stato ad avere concesso, con il DPR del 1962, il “diritto” alle parti istitutive di mettere le mani nelle nostre tasche e a renderle disponibili alla saggezza di una gestione oculata e trasparente, con la presunta “diligenza del buon padre di famiglia”. Mai espressione giuridica ha avuto sorte così derisoria come nella fattispecie del Casella.

È per questo che chiediamo che ogni intervento statale, di natura normativa, sia nella piena e totale disponibilità del Parlamento e del Governo. Di qualsiasi portata sia questo intervento, di qualsiasi entità sia la sua dimensione, esso deve rappresentare il riconoscimento di un diritto riconosciuto dallo Stato e non una ulteriore concessione a chi ha dato ampiamente prova nei decenni di non saper gestire i soldi altrui. Al contrario, di averli gestiti nella logica della propria convenienza e all’interno dei rapporti di forza tra soggetti in piena caduta di credibilità e rappresentanza.

Qualcuno, prima o poi, dovrà focalizzare il tema della rappresentatività delle associazioni datoriali e dei lavoratori. Sia in termini numerici, sia in termini di democraticità interna.

Costituzione art. 39, comma III: «È condizione […] che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica». E sancirlo significa anche applicarlo. L’accordo di autoliquidazione non è mai stato presentato a coloro che, pur portatori di legittimi diritti, non sono mai stati interpellati e consultati.

Per non parlare della FIEG nella quale un numero imprecisato, ma facilmente verificabile, di editori non è più associato. Gli impegni presi tra costoro, pare entrambi in debito di ossigeno, che valore reale possiedono? Le risorse che dicono di mettere alla liquidazione del Casella – che la struttura COVIP, sfidando ogni senso del ridicolo definisce “migliorativa” – la cui durata non sarà di qualche mese bensì di anni, verranno versate? E chi vigilerà sulla reale applicazione di questo accordo, dal momento che il settore è in preda al dumping contrattuale più bieco e illegittimo?

Domanda di una retorica stucchevole. La fine del Casella è la fine dei poligrafici. Fine ingloriosa e, a suo modo, miserabile, con figure che si aggirano per le stanze del potere con il piattino in mano, dopo uno spettacolino da strada.



Lascia un commento